OLTRE

Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande
Fabiana Iacozzilli
Genere
Prosa

Condividi tramite:


Crediti

IDEAZIONE E REGIA Fabiana Iacozzilli;
DRAMMATURGIA Linda Dalisi, Fabiana Iacozzilli;
CON Andrei Balan, Francesco Meloni, Marta Meneghetti, Giselda Ranieri, Evelina Rosselli, Isacco Venturini, Simone Zambelli;
DRAMATURG Linda Dalisi;
SCENE E PROGETTAZIONE PUPPETS Paola Villani;
MUSICHE E SUONO Franco Visioli;
LUCI Raffaella Vitiello;
CURA DELL’ANIMAZIONE Michela Aiello;
AIUTO REGIA Cesare Del Beato;
CON LE TESTIMONIANZE DI Roberto Canessa, Beatriz Echavarren, Roy Harley, Soledad Inciarte, Susana Danrée de Magri, Ana Ines Martinez Lamas, Juan Pedro Nicola, Alejandro Nicolich, Gabriel Nogueira, Claudia Pérez del Castillo, Eduardo Strauch, Teresita Vásquez, Gustavo Zerbino; PRODUZIONE Teatro Stabile
dell’Umbria;
IN COPRODUZIONE CON Cranpi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello;
CON IL SOSTEGNO E DEBUTTO NAZIONALE Romaeuropa Festival
Alcuni avvenimenti incidono nella memoria collettiva non solo per il carattere tragico ma soprattutto per la mancanza di parole con cui interpretare gli eventi e trovarne un senso esistenziale.

Il 13 ottobre 1972 il volo 571 dell’aeronautica militare 
uruguaiana si schiantò sulle Ande con 45 persone a bordo della squadra di rugby Old Christians Club insieme ad alcuni amici e familiari. Allo schianto sopravvissero in 29 e dopo 72 giorni solo 16 di loro si salvarono. Il mondo venne a sapere che i passeggeri erano sopravvissuti cibandosi dei corpi dei loro amici. Dopo oltre cinquant’anni, la regista e la dramaturg Linda Dalisi sono andate a Montevideo per incontrare
i sopravvissuti e alcuni familiari di chi non è tornato, chiedendosi cosa cercano ancora oggi le persone in questa storia. Iacozzilli racconta nelle sue note che il linguaggio scelto è il teatro di figura, insieme alle voci delle testimonianze, perché le marionette, ispirate alle opere dello scultore Giacometti, accompagnano nella dimensione spirituale di cui la vicenda è intrisa. Come spiega Ana Ines Lamas, sorella di una vittima, questa è una storia di ignoranza e di immaginazione: i ragazzi non conoscevano la neve e proprio per questo sono riusciti ad andare oltre, immaginandosi un modo per sopravvivere e inventandosi una strada per tornare a casa. Verso una linea di meta invisibile.

Se fossi morto, avrei donato il mio corpo agli altri affinché se ne servissero, affinché le mie braccia aiutassero e le mie gambe camminassero e i miei muscoli si muovessero e partecipassero al progetto di vivere.
- 
Roberto Canessa, sopravvissuto